Brexit: il leave tra l'isolazionismo e l'Europa

Brexit: il leave tra l'isolazionismo e l'Europa

All’alba del 23 giungo 2016 i cittadini di un intero continente con stupore e meraviglia davanti alle loro televisioni hanno esclamato la fatidica frase, resa ormai celebre da Gene Wilder in Frankestein Jr.: “Si può fare!”.

Sì, è possibile uscire dall’Europa e i sudditi di Sua Maestà  hanno deciso di farlo con un 51,9% per il Leave, definendo una rottura tra la Gran Bretagna e, la mai troppo amata, istituzione oltre Manica. I rapporti tra Bruxelles e Londra non sono mai stati idilliaci, difatti il Regno Unito non è annoverato tra i firmatari del Trattato di Roma del 1957 che pose le basi della Comunità Economica Europea(CEE). Il Governo britannico decise di entrarvi, in forma limitata, solo nel 1973 quando ormai la sua economia era in fase recessiva (di li a poco avrebbe richiesto l’aiuto del Fondo monetario per rinegoziare il debito estero) preferendo  cedere parte della propria sovranità nazionale per entrare nel mercato unico europeo. Tuttavia, la Gran Bretagna non ha mai avallato l’idea di un’Europa unita a livello politico e alla prima occasione utile, dopo 43 anni, con una maggioranza risicata si è chiamata fuori.

A distanza di soli cinque giorni dal voto britannico, la plenaria del  Parlamento europeo, richiamata in tutta fretta dal Presidente della Commissione europea Jean-Claude Junker[1], in seduta straordinaria ha approvato una risoluzione per richiedere una veloce attivazione della procedura di recesso e l’annullamento della presidenza Britannica nel secondo semestre del 2017[2].   

Solo con l’entrata in vigore del Trattato di Lisbona, il primo dicembre del 2009, si è prevista la possibilità per uno Stato membro di uscire dall’Ue attraverso la procedura di recesso ex art.50 Trattato sull’Unione Europea (TUE), la quale stabilisce che uno Stato può decidere, conformemente alle proprie norme costituzionali, di recedere dall’Ue notificando tale intenzione al Consiglio europeo, per poi passare alla fase di negoziazione definendo le modalità di recesso e rinegoziando le nuove relazioni con i vari Stati europei il tutto in un periodo non superiore ai due anni, termine questo derogabile. Sarà il Consiglio europeo a negoziare e concludere con la Gran Bretagna l’accordo volto a definire le modalità del recesso e a  gestire il quadro futuro delle relazioni con l’Unione. L’accordo raggiunto dovrà essere precedentemente approvato dal Parlamento europeo per poi essere deliberato dalla maggioranza qualificata del Consiglio.

A seguito dell’entrata in vigore dell’accordo di recesso, tutti i Trattati europei non saranno più applicabili nei confronti della Gran Bretagna la quale dovrà rinegoziare nuovi accordi con i singoli Stati europei e con l’Unione stessa in materia di scambi commerciali, finanziari, circolazione delle persone e altro al pari di un qualsiasi stato extracomunitario. Si esclude in modo assoluto la l’idea di una “soft-brexit”[3], ossia la possibilità per il Regno Unito di rimanere in qualche misura all’interno del mercato unico europeo al pari della Norvegia e Svizzera.

Il voto di giungo, oltre a sancire l’uscita del popolo britannico dall’Europa, ha oscurato la carriera del Primo Ministro conservatore David Cameron, accusato dai suoi colleghi Tories di aver preso una posizione fin troppo netta a favore del Remain[4] e descritto dall’opposizione come il conservatore cha ha traghettato la Gran Bretagna fuori dall’UE[5]. Dopo un breve periodo di empasse, conclusosi con le dimissioni di David Cameron sia dal ruolo di Primo Ministro che di deputato[6], il nuovo Governo guidato dalla conservatrice Theresa May ha dichiarato la rinuncia alla Presidenza del semestre europeo[7] e l’inizio della procedura di recesso dall’Unione Europea non prima di Marzo 2017, per dar spazio a un dialogo esterno e stabilizzare la situazione politica interna. Fino ad allora, la Gran Bretagna sarà a tutti gli effetti uno Stato membro[8].

Si apre così una lunga fase di negoziati tra i Paesi separati dalla Manica in cui si discuterà, in sostanza, il valore monetario dell’uscita della Gran Bretagna dall’Ue. Le prime richieste del governo  May hanno creato già i primi dissapori, come ad esempio la proposta shock per la quale le aziende inglesi avrebbero dovuto compilare delle liste dei lavoratori stranieri[9] o l’applicazione di nuove norme restrittive sull’immigrazione europea. Proposte, queste che hanno provocato l’irritazione di alcuni capi di Stato europei, tra i quali il Presidente francese Hollande e la Cancelliere tedesca Merkel i quali insistono sull’adozione di una linea dura e ferma nelle trattative e ricordano che la partecipazione al mercato unico dell’Ue presuppone il rispetto della libertà di movimento delle persone, altrimenti non ci sarà accesso per le merci inglesi sul mercato europeo[10].

Il voto dell’elettorato britannico non avrà esclusive conseguenze solo per l’eurozona bensì il Leave si rifletterà anche sul destino interno della Gran Bretagna.

Difatti, fin da subito è riapparso lo spettro dell’anima indipendentista scozzese sconfitta poco più di un anno fa[11]. La volontà della Scozia di restare nella zona euro potrebbe manifestarsi attraverso un nuovo referendum. Tuttavia, il crollo del prezzo del petrolio ha svalutato il tesoro scozzese, diminuendone l’autosufficienza economica e frenando l’intento scissionista della First Minister  Nicola Sturgeon.

La prima grande sfida economico-finanziario per il Regno Unito, è rappresentata dal crescente deficit di bilancio, ormai al 6-7% del PIL, che è una testimonianza della fragilità del modello economico  dovuto ad un cronico deficit di produzione di beni e prodotti materiali con un disavanzo di  30 miliardi di sterline (a fronte di un surplus di servizi di poco oltre i 20 mld di sterline) e al crollo del rendimento sugli investimenti esteri che si attesta al di sotto dei 50 mln[12]. Il continuo processo di deindustrializzazione del Paese costringe ad acquistare dall’estero, e in particolare da altri Paesi europei, gran parte dei prodotti ad alto valore aggiunto che vengono poi assemblati in Gran Bretagna.

L’eccesso di importazione di beni di consumo sarà in futuro fonte di instabilità finanziaria. Ma se fino ad ora il Paese ha goduto dei trattati di libero scambio di merci europei, non pagando dazi doganali, da qui a due anni il Regno Unito dovrà fare i conti con i dazi per le importazioni ed esportazioni che incideranno molto sull’economia interna.

Ebbene, non tarda a sentirsi l’effetto Brexit nel mercato interno. Nel mese di ottobre l’indice che misura le aspettative sull’andamento dell’industria redatto dalla Confederation of British Industry (CBI)[13] è stato del -17%, da un -5% precedentemente prospettato[14].

La CBI è più volte intervenuta sul tema denunciando la grave situazione di vuoto normativo che regolerà gli scambi commerciali durante i due anni di trattive anglo-europee, mettendo in grave pericolo le imprese del Regno Unito. La mancanza di una strategia sul commercio internazionale chiara e codificata da parte del Governo lascia intendere che dopo il marzo 2019, quando la finestra negoziale si chiuderà, i rapporti commerciali di Londra saranno regolati dalla World Trade Organization (WTO), isolando ulteriormente le imprese[15].

A questo punto, l’unica soluzione strutturale per l’economia britannica potrebbe essere rappresentata dalla creazione di un nuovo tessuto industriale per la produzione in loco di beni. Tutto ciò richiederebbe investimenti di lungo periodo pari, secondo le imprese, a circa 11,5 miliardi di sterline, l’ equivalente dello 0,6% del PIL, fino al 2018, per poi scendere a 7 mld di sterline nel biennio 2020-2021[16].

Altra partita cruciale riguarda il ruolo di Londra quale capitale mondiale dei servizi finanziari. Trovano poco riscontro le dichiarazioni secondo cui sarebbe possibile spostare la capitale dei servizi finanziari da Londra a Parigi o Francoforte. Addirittura, il ruolo di capitale finanziaria potrebbe essere rappresentato da Milano. Bisogna tener presente in tal senso che la Borsa Italiana è parte del  London Stock Exchange Group[17]. Tuttavia, la forte volontà della City di riconquistare sovranità regolamentare nel campo finanziario, spinta propulsiva alla base della propaganda del Leave, e la piena apertura al mercato esterno dei capitali potrebbe intaccare la stabilità finanziaria, specie dopo l’eccessiva svalutazione della sterlina.  

Nonostante ciò, il valore basso della sterlina potrebbe non destare grandi preoccupazioni nel Regno Unito, poiché il deprezzamento della moneta favorirebbe un aumento delle esportazioni. Contrariamente, in termini di valuta locale, il Regno Unito ha dovuto cedere la posizione di quinta economia mondiale alla Francia[18].

L’esito del referendum del Regno Unito rappresenta una frattura netta tra ciò che è stata l’Europa nei sogni e nelle speranze dei padri fondatori e quello che oggi appare ad alcuni cittadini: un luogo lontano logorato dalla crisi economica[19]. Il Leave britannico non è altro che la volontà dei cittadini di allontanarsi dalla realizzazione pratica di questa Europa e non dal sogno europeo.

Purtroppo, l’Ue negli ultimi anni è stata accusata di peccare di troppa staticità ed empatia, di essere un’ organizzazione di Stati che non è più in grado di comprendere i malumori e le esigenze dei propri cittadini. Troppo distante e sorda anche dinanzi ai primi scricchiolii che alle orecchie dei più attenti sono arrivati già nel 2015 dopo il referendum di Luglio svolto in Grecia, dove il 61% dei cittadini ha votato contro le condizioni poste dai creditori internazionali (la maggior parte Stati europei) per un nuovo prestito ma soprattutto contro una politica finanziaria portata avanti dai Paesi europei più ricchi, capace di creare una forte disuguaglianza economica e una nuova forma di colonialismo finanziario in seno all’Unione[20].

Il sogno dell’Unione degli Stati europei democratica e sociale che intende rispettare e promuovere i più alti principi di democrazia e uguaglianza pare abbia ceduto il posto a un’Unione  economica di Stati con un'unica Banca Centrale e una pluralità di economie nella quale, come in ogni qualsiasi mercato libero si rispetti, la più potente ingloba la più debole.

L’Unione Europea, oggi, deve scontrarsi con i venti populisti che esoffiano sul continente, rafforzati dalla vittoria del Leave. I movimenti o partiti antieuropei traggono ispirazione dall’ UK Independence Party (UKIP)  dell’europarlamentare Nigel Farange, beniamino e fautore del referendum britannico, reclamando maggiore sovranità nazionale, il ritorno alle frontiere nazionali, fomentando la paura causata dall’immigrazione e denunciando un deficit democratico interno alla UE[21].

Sulla scorta di tali corollari, è doveroso ripensare a una nuova Unione Europea, in grado di trasformarsi e capire appieno le esigenze dei suoi cittadini. Per sopravvivere all’effetto della Brexit è necessario cambiare, tuttavia le scelte non sembrano essere molte. L’Ue dovrà evolversi in qualcosa di diverso in grado di oltrepassare - con un percorso democratico - la situazione di stallo odierna, diventando un’Unione Federale o una Repubblica Europea.

Oppure, l’Unione si sgretolerà in tanti Stati sovrani, regredendo ad una situazione  politica identica a quella del vecchio continente alla fine del secondo conflitto mondiale.

Appare chiaro che nulla sarà come prima. L’Europa è entrata, suo malgrado, in una nuova fase della storia, dalla quale potrebbe uscirne più unita e resiliente oppure in pezzi. Se la prima ipotesi sembra alquanto visionaria, difficile ma possibile, la seconda sembra essere ormai già in atto.

       

[1] “EU leaders call for UK to leave as soon as possible”: Presidents of European bodies say there will be no renegotiations and Britain must act on vote to avoid prolonging uncertainty. The Guardian. https://www.theguardian.com/politics/2016/jun/24/europe-plunged-crisis-britain-votes-leave-eu-european-union
[2] Risoluzione del Parlamento europeo del 28 giugno 2016 sulla decisione di recedere dall'UE a seguito del referendum nel Regno Unito (2016/2800(RSP). Nello specifico: visto l'articolo 123, paragrafo 2, del suo regolamento, 1.  prende atto del desiderio dei cittadini del Regno Unito di uscire dall'UE; sottolinea che la volontà espressa dalla popolazione deve essere pienamente rispettata, procedendo non appena possibile all'attivazione dell'articolo 50 del trattato sull'Unione europea (TUE); 5.  avverte che, al fine di prevenire incertezze negative per tutti e di tutelare l'integrità dell'Unione, la notifica a norma dell'articolo 50 TUE deve avvenire il prima possibile; si attende che il Primo ministro del Regno Unito notifichi l'esito del referendum al Consiglio europeo del 28 e 29 giugno; indica che tale notifica segnerà l'avvio della procedura di recesso; 14.  invita il Consiglio a modificare l'ordine delle sue Presidenze onde evitare che il processo di recesso pregiudichi la gestione delle attività correnti dell'Unione;
[3] “Hard Brexit” o “soft Brexit”?, il Post. http://www.ilpost.it/2016/10/11/hard-brexit-soft-brexit/
[4] Hughes Laura, “EU Referendum: Tories in revolt as David Cameron suggests vote to leave EU is 'immoral'”, The Telegraph, 23/05/2016 http://www.telegraph.co.uk/news/2016/05/23/eu-referendum-david-cameron-and-george-osborne-warn-brexit-would/
[5] Editorial., The Guardian “view on David Cameron: a prime minister of broken promises”, 26/07/2016 “He seemed to offer a modern version of Conservatism but no strategy to achieve it. Now he will go down in history as the man who took Britain out of Europe. […]History will remember him for the one huge failure of Brexit, the greatest foreign policy reverse since Suez; and perhaps, when the dust has finally settled over this catastrophe, for the many smaller retreats. He morphed from a politician of promise, with an appeal that went beyond traditional Tories, to a prime minister of broken promises who finally betrayed even the best interests of his country.” https://www.theguardian.com/commentisfree/2016/jul/12/the-guardian-view-on-david-cameron-a-prime-minister-of-broken-promises.
[6] http://www.telegraph.co.uk/news/2016/09/12/david-cameron-resigns-as-mp-for-witney/.
[7] http://www.parlamentonews.it/brexit-londra-gb-rinuncia-al-semestre-di-presidenza-ue-lannuncio-della-premier-may-a-tusk-doveva-essere-nel-2017/
[8] Caparello Alessandra, Theresa May: “Entro fine marzo 2017 inizia la Brexit”,  Wall Street Italia. http://www.wallstreetitalia.com/theresa-may-entro-fine-marzo-2017-inizia-la-brexit/
[9] Franceschini Enrico, “Brexit, proposta shock: "Le aziende facciano liste dei lavoratori stranieri"”, Repubblica,05/10/2016. .http://www.repubblica.it/economia/2016/10/05/news/stranieri_brexit_lavoro_aziende-149147925/
[10] http://www.ilmessaggero.it/primopiano/esteri/brexit_germania_brutto_giorno_europa-1816460.html
[11] “Referendum Scozia, il Regno resta unito. Elisabetta II: "Ancora insieme nel rispetto reciproco"”, Repubblica. http://www.repubblica.it/esteri/2014/09/19/news/scozia_referendum_indipendenza_risultati-96121216/
[12] Brunello Rosa,  “Qui si fa l’Europa flessibile o si muore”, Limes, Brexit e il patto delle anglospie, n.06/16
[13] La CBI riunisce 190 mila imprese della Gran Bretagna, incluse quelle finanziarie, oltre Londra eh a sedi in tutti i maggiori centri economici e politici: Pechino, Nuova Delhi, Washington ed ovviamente Bruxelles.
[14] “Gran Bretagna: CBI, tonfo per l’indice degli ordini all’industria”,  http://www.finanza.com/Finanza/Dati_Macroeconomici/Inghilterra/notizia/Gran_Bretagna_CBI_tonfo_per_l_indice_degli_ordini_all_indu-464527
[15] Hardie Josh, “Paving the way for EU negotiations”, www.cbi.org.uk/businessvoice/latest/paving-the-way-for-eu-negotiations1/ 
[16] Maisano Leonardo, “Brexit, gli industriali chiedono un accordo commerciale di transizione”, Il Sole 24 Ore, 27/10/2016.
[17] Dal 23 giugno 2007, a seguito della fusione con la Borsa di Londra (London Stock Exchange plc), Borsa Italiana S.p.A. è parte del London Stock Exchange Group, holding che controlla il 100% di Borsa Italiana S.p.A. e il 100% di London Stock Exchange plc. ilsole24ore.com, “Borsa italiana: dal cda via libera all'intesa con London Stock Exchange” (http://www.ilsole24ore.com/art/SoleOnLine4/Finanza%20e%20Mercati/2007/06/borsa-italiana-lse.shtml?uuid=6486721e-208b-11dc-931b-00000e251029
[18] Antonelli Laura Naka, “Sterlina ai minimi, aziende tremano. Premier May affonda Bank of England”, Wall Street Italia, 06/10/2016.
[19] Standard Eurobarometer 85 – Wave EB85.2 – TNS opinion & social, “A majority of Europeans have a neutral image of the EU”; pubblicato a Luglio 2016: “ just above a third have a positive image, this proportion having decreased for the second consecutive time. […]Close to half of respondents say that the “the worst is still to come” in terms of the impact of the crisis on the job market. Pessimism has grown in two consecutive surveys for the first time since this question was introduced, in spring 2009.” file:///C:/Users/535U3A01/Downloads/eb85_first_en.pdf.
[20] Un esempio è dato dalla pressione da parte dei creditori della Troika: ha costretto il governo Tsipras a far approvare in Parlamento una serie di pacchetti di riforme, comprendente la privatizzazione delle compagnie dell'acqua e del gas, la liberalizzazione del mercato elettrico e altri tagli alle pensioni. Le misure erano un requisito per ottenere una nuova tranche di aiuti internazionali, pari a 2,8 miliardi di euro da parte dei creditori. Il controllo dei servizi pubblici verrà trasferito a un nuovo fondo creato dai creditori internazionali. Il nuovo provvedimento pone le aziende dell’elettricità, del gas e dell’acqua pubblica sotto il controllo del fondo per 99 anni. Il Fondo sarà guidato da un presidente scelto dai creditori.
[21] Romano Sergio, Populisti per paura del nuovo,  Corriere della sera, http://lettura.corriere.it/debates/populisti-per-paura-del-nuovo/ In aggiunta l’ intervento di Nigel Farage, in video, al Parlamento europeo - 17 Aprile 2013. https://www.youtube.com/watch?v=CvPkxD9oPEA.

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